MELLUSO Donna, Scarpe 41 col col col Tacco Punta Chiusa, Blu (Notte), 41 07982a

MELLUSO Donna, Scarpe 41 col col col Tacco Punta Chiusa, Blu (Notte), 41 07982a

Posted by

Apax investe su Bip

Inizia oggi una nuova e importante fase di crescita per Bip. Apax Partners, fondo di private equity specializzato nel supportare aziende europee in progetti di forte crescita ad alto contenuto tecnologico, ha scommesso sul futuro di Bip, siglando un accordo per l’acquisizione di una quota di maggioranza.

Nello sviluppo sono previsti altri 100 milioni per investimenti in acquisizioni e per la crescita. Apax ha una logica di investimento di medio-lungo termine. Ha intravisto in Bip grandi prospettive di rendimento per i suoi sottoscrittori. Bip, anche in virtù di una struttura più snella e adattabile ai cambiamenti, ha intercettato via via un numero di crescente di realtà alle prese con una più efficace reingegnerizzazione dei processi. Potremmo definirla una super tutor di industria 4.0, ruolo che le è stato riconosciuto anche dal Ministero dello Sviluppo che le ha chiesto un (primo) monitoraggio del piano di incentivi per la riconversione digitale delle macchine nelle aziende.

L’operazione avviene contestualmente all’uscita di Argos Soditic, che aveva investito nel 2014, aiutando la crescita all’estero e a investire nell’offerta di servizi di digital transformation, anche attraverso l’integrazione nel Gruppo di realtà come Ars et Inventio (oggi il Centre of Excellence per l’innovazione), OpenKnowledge, Sketchin e Artax Consulting.

MELLUSO Donna, Scarpe 41 col col col Tacco Punta Chiusa, Blu (Notte), 41   07982a

Abbiamo creato una squadra vincente che, lavorando con impegno ed entusiasmo, ci ha portati ad essere riconosciuti tra le principali realtà nell’adozione di soluzioni innovative per le aziende

commentano gli Ad e co-fondatori Carlo Capè e Fabio Troiani.

Ora è arrivato il momento di fare un altro grande passo: l’ingresso di un partner come Apax nel nostro capitale ci renderà ancora più presenti a livello internazionale, consolidando ulteriormente la nostra offerta.

Il presidente Nino Lo Bianco e i due amministratori delegati, Carlo Capè e Fabio Troiani, resteranno alla guida della società conservando le loro quote.

Parti di questo post sono tratte da un articolo del Corriere della Sera del 15 marzo 2018

Posted by
0

Ars et Inventio alla finale di Open Italy

Il 16 ottobre si è tenuto a Roma l’evento conclusivo di Open Italy, il primo sales accelerator per startup, un programma che, coinvolgendo le grandi organizzazioni si è posto l’obiettivo di assegnare commesse alle imprese di nuova generazione: non premi ma contratti!

Sono stati identificati 5 ambiti di interesse su cui fare innovazione:

  • Customer Relations
  • Predictive Maintenance
  • Cybersecurity
  • Fleet Management
  • Workforce Management

Sono state, invece, 140 le startup candidate da incubatori, acceleratori e venture capitalist che ne hanno garantito la serietà, l’affidabilità e l’attinenza ai business need delle grandi imprese.

Alla finale sono arrivate 9 startup in un gruppo di 30 selezionate da 32 giudici che hanno avuto accesso a tre giornate di demo day.

Obiettivo del progetto è permettere alle grandi imprese di contrattualizzare le startup che, a valle della fase di co-innovazione (otto settimane di dialogo con la grande impresa per testare la soluzione su un caso d’uso industriale e sviluppare il business case), avranno dimostrato molteplici e consistenti vantaggi in termini di innovazione ed efficienza della soluzione. Ai più meritevoli è stata affidata la prima grande commessa e un caso d’uso che diventerà il loro “proof of market”.

L’iniziativa è stata promossa da Anas, in collaborazione con il Consorzio Elis e con il patrocinio del Ministero dello Sviluppo Economico.

Le aziende aderenti a Open Italy sono Anas, A2a, Almaviva, Arriva, Ars et Inventio, Gruppo Atlantia (Aeroporti di Roma, Autostrade per l’Italia, Telepass), BMW, Bridgestone, Cisco, Dhl, Enel, EY, Fastweb, Huawei, Nissan, Oracle, RAI, Sirti, Tim Ventures, Telepass, Terna, Trenitalia, Vodafone, Wind-Tre.

Queste  l’elenco delle startup vincitrici e delle aziende che hanno assegnato loro le commesse:

  • Cloud4Wi (ha ricevuto una commessa da Anas in partnership con Cisco)
  • Sentetic (con una commessa da ANAS in partnership con Sirti)
  • Eudata (ha avuto una commessa da Arriva)
  • Archon (commessa da A2A)
  • CrismaSecurity (commessa da Terna)
  • Cyberintuition (ha ottenuto una commessa da Telepass ed è entrata nel marketplace di Vodafone)
  • Pangea Formazione (ha ricevuto una commessa da Dhl)
  • Sed Soluzioni (con una commessa da Trenitalia)
  • Messagenius (ha ottenuto una commessa da Almaviva).

 

Posted by
0

La Customer Experience ai tempi del Cyberpunk

Articolo pubblicato il 28 aprile 2017 sul blog NinjaMarketing.it

 

Il Cyberpunk è una corrente letteraria e artistica nata nella prima metà degli anni ottanta del XX secolo, nell’ambito della fantascienza, che tratta di scienze avanzate e il cui nome deriva dalla crasi di cibernetica e punk. Il temine venne coniato da Bruce Bethke come titolo di un suo racconto pubblicato nel 1983.

In questo articolo mi sono “divertito” a mettere in relazione le situazioni create dall’immaginifica mente degli autori con quanto sta oggi davvero accadendo nel campo della Customer Experience.

“La boutique riconobbe la mia presenza. Gli abiti e le bluse si incresparono sulle grucce, e gli orli si arricciarono con civetteria.” (The Allure, 1990)

Una vetrina i cui manichini si attivano per attirare l’attenzione del potenziale cliente, percependone la presenza e comportandosi di conseguenza. Quando Richard Calder scrisse questo passaggio nel 1990 ne intuiva la rilevanza, nel descrivere una linea di abiti che di fatto diventava come una seconda pelle, fino a vivere in simbiosi con chi li indossasse.

Oggi è la capacità di modellarsi sulle aspettative dei clienti che permette di essere competitivi. E di continuare ad esserlo grazie alla possibilità di attingere alla relazione con i clienti per sviluppare nuovi prodotti e servizi.

Ma quali sono gli elementi abilitanti di questa fruttuosa relazione con i clienti? Naturalmente i dati, sempre più Big e sempre più bisognosi di una capacità interpretativa che sia in grado di comprendere il presente e di proiettarsi nel futuro. Già nel 1988 Tom Maddox preconizzava questa possibilità:

“Tra la profusione di segni tipici del nuovo millennio c’era il CAST – Computer Assisted Spatiotemporal Tomography. La tecnica dell’interpretazione profetica.” (In a Distant Landscape, 1988)

Oggi pensare ad algoritmi predittivi spinti non ci coglie più impreparati, almeno dal punto di vista della nostra capacità di accettarlo concretamente realizzabile e di intuirne le potenzialmente infinite applicazioni nei campi più disparati.

E certamente la Customer Experience è uno dei campi di applicazione elettiva di queste tecnologie e questi approcci, basati sempre più spesso su complessi algoritmi di Intelligenza Artificiale e in grado di sorprenderci con la loro efficacia.

Naturalmente la capacità di predire un bisogno lato cliente e di soddisfarlo in anticipo, grazie alla condivisione di dati e informazioni personali, da un lato porta i clienti a condividere con maggiore facilità le proprie esperienze, proprio grazie alla tacita promessa di ricavarne un’esperienza costantemente migliorata e su misura, dall’altro però richiede alle imprese di essere maggiormente trasparenti e focalizzate.  Peraltro le analisi di mercato confermano che questa aspettativa da parte dei clienti è già una realtà consolidata. Accenture afferma che il 73% dei clienti preferisce già oggi acquistare da retailer che utilizzano dati personali per rendere l’esperienza di acquisto più rilevante e coinvolgente. Una capacità predittiva ulteriormente sviluppata non farà altro che consolidare e aumentare questa percentuale.

Ma facciamo un passo avanti e esploriamo un campo che oggi sta prendendo sempre più piede, quello della capacità da parte di sistemi digitali di comprendere il linguaggio naturale e di agire di conseguenza. Sempre Tom Maddox:

“Disse: – Doccia calda – L’acqua sibilò e la porta del box doccia si aprì all’istante.” (In a Distant Landscape, 1988)

[cml_media_alt id='4093']Cyberpunk[/cml_media_alt]

Interfacce utente che abilitano e semplificano la comunicazione tra essere umani e sistemi domotici, con un unico obiettivo: rendere memorabile la Customer Experience. Imparando nel tempo quali comportamenti e abitudini caratterizzino la famiglia nella quale stanno svolgendo il proprio compito, prevedendone bisogni e necessità. Non diremo mai più “Manca il latte!”. Lo troveremo fuori dalla porta, già pagato e recapitato da un drone. La tecnologia è già tutta qui. Sensoristica IoT che rende “intelligente” gli oggetti e che ne consente il controllo da parte di un sistema, domotico in questo caso, e integrato con le reti di sensori che rendono “smart” le città, con le quali interagire in tempo reale. Tutto questo grazie alle tecnologie che abilitano e rendono i Big Data fruibili e finalizzabili. 

Mephisto 10 10 Mephisto Metallic Mary Jane Flats Scarpe fc5ea0 ,

[cml_media_alt id='4094']Strange Days[/cml_media_alt]

Nel 1995 esce Strange Days, diretto da Kathryn Bigelow su un soggetto di James Cameron e Jay Cocks, capace di evocare una Realtà Virtuale intrusiva e estensiva. Grazie al casco SQUID le persone possono rivivere letteralmente esperienze di vite vissute da altri. All’epoca il prodotto della fervida immaginazione degli autori, oggi qualcosa di non lontano dal tema del Digital Twin, di cui il film anticipava i principii.

E oggi i retailer stanno personalizzando l’esperienza dei clienti all’interno degli store grazie a ologrammi che consentono agli stessi di provare i vestiti preferiti, simulando di essere in ambienti virtuali che riproducono proprio quelli dove il vestito scelto dovrà essere indossato.

I sistemi che presiedono il funzionamento di questi ologrammi funzionano grazie alla capacità degli stessi di immagazzinare le esperienze vissute da tutti i clienti, diventando sempre più bravi nel delineare i possibili gusti ed i possibili comportamenti dei potenziali clienti. Stiamo parlando di tecnologie abilitate dalla disponibilità continua di dati e informazioni.

E visto che stiamo parlando di film anticipatori e di esperienze memorabili, impossibile non citare Blade Runner, film di culto uscito nel 1982 per la regia di Ridley Scott e liberamente ispirato ad un’opera di Philip Dick, ancora saldamente nel nostro immaginario collettivo e da cui sono tratte le prime due immagini. Il film è pervaso di temi oggi caldissimi, dalla realtà virtuale ai cobot, fino al temuto sorpasso da parte delle macchine intelligenti sull’uomo. Replicanti Nexus 6 “più umani dell’umano”, recita lo slogan della Tyrell, la società costruttrice. E il dubbio che il protagonista sia esso stesso un replicante svanisce quando, nella versione Director’s Cut, anche Deckard sogna l’Unicorno.

Ma non è per questo che ho citato Blade Runner, quanto piuttosto per il fatto che il film si interroghi sul rilevante tema morale della “creazione” e su cosa significherà il termine “umanità” nel futuro. Creazione di Intelligenza Artificiale in grado di guadagnare autonomia di pensiero e di azione. Di accumulare esperienze reali di esseri umani, fino a prevederne e influenzarne i comportamenti. E di essere parte integrante di una nuova comunità lavorativa.

Sto parlando di dare un senso compiuto ai Dati e all’uso che ne viene fatto da parte degli algoritmi, con responsabilità e visione di insieme.

Ecco, questa è la vera mission del Data Scientist.

Posted by
0

Data Science e responsabilità morale

Articolo pubblicato il 30 giugno 2017 sul blog “Professioni Digitali” di Franco Angeli

In un mio recente articolo apparso su NinjaMarketing, chiudevo facendo riferimento alla mission che i Data Scientist sono chiamati principalmente a svolgere: dare un senso compiuto all’uso che gli algoritmi fanno dei dati, attraverso senso di responsabilità e visione di insieme. Citavo Blade Runner, un film che per primo si è interrogato sul tema morale della “creazione” e su cosa significherà il termine “umanità” nel futuro.

La creazione di una Intelligenza Artificiale in grado di guadagnare autonomia di pensiero e, soprattutto, di azione, e di accumulare esperienze vissute da esseri umani, fino a essere in grado di prevederne e influenzarne i comportamenti, entrando a far parte integrante di una nuova comunità lavorativa.
Questo naturalmente comporta che le interazioni aumentino in volume e intensità, ponendo all’attenzione alcuni aspetti non secondari del “comportamento” che i sistemi presentano sotto queste condizioni d’uso. In particolare, gli algoritmi possono introdurre bias nelle modalità con le quali i sistemi interpretano la “esperienza” che fanno e si comportano di conseguenza.

New balance 247 mid new collection 2018 tualu.org,

Sono diverse le tipologie di bias che possono essere indotte da algoritmi di Machine Learning e che possono generare derive anche molto significative nei risultati che questi sistemi producono. Vediamone le più significative, classificate secondo l’origine principale.

  • Data-driven – Un vecchio adagio, molto noto agli informatici, recita: “garbage in, garbage out”. Vale ancora. E per qualsiasi sistema che impara, l’output è determinato dai dati ricevuti. E se il dataset di allenamento è “biased”, il risultato conseguibile lo sarà altrettanto. Esempi recenti di come questo bias abbia impattato i risultati conseguibili sono la confusione che l’algoritmo di Nikon ha fatto sui volti asiatici o i problemi di tono della pelle che sono stati riscontrati nel software di riconoscimento facciale di HP.
  • Interazione – Alcuni sistemi imparano attraverso l’interazione. Un chiaro esempio della polarizzazione che ne può conseguire è quanto accaduto a Tay. Un chatbot sviluppato da Microsoft, basato su Twitter e progettato per imparare dalle sue interazioni con gli utenti. Tay è stato influenzato da una comunità di utenti che gli ha insegnato ad essere razzista e misogino. Tay ha vissuto solo 1 giorno, bloccato dalla stessa Microsoft dopo essere diventato un “razzista” abbastanza aggressivo.
  • Emergente – Qualsiasi algoritmo che utilizzi l’analisi di un feed di dati per poi, sulla base di questi, presentare altri contenuti, finirà per fornire contenuti che corrispondono all’idea impostata da un utente. Infatti, l’effetto verrà amplificato quando altri utenti apprezzeranno e condivideranno questi contenuti, fino a che non si creerà un flusso di informazioni sospinte verso un insieme di “credenze”. Potrà succedere che le decisioni prese da queste tipologie di sistemi (Facebook è uno di questi) finiscano per creare “bolle” di bias.
  • Similitudine – Talvolta il bias è semplicemente il prodotto di sistemi che fanno bene quello per cui sono stati progettati.  Google News, ad esempio, è progettato per fornire storie che corrispondono alle query degli utenti con un insieme di storie correlate. Questo è esplicitamente quello che è stato progettato per fare e lo fa bene. Naturalmente, il risultato è un insieme di storie simili che tendono a confermare e corroborarsi l’un l’altra, contribuendo nuovamente a creare una “bolla”, questa volta di informazioni.
  • Stereotipo – Immaginiamo un sistema progettato per generare job description. Il sistema rileva interesse quando i potenziali candidati cliccano sulle job description, ottenendo da parte dell’algoritmo ulteriori job description che vanno nella medesima direzione. Ecco che il sistema sta generando uno stereotipo, costruito sulla base di un interesse alimentato dal sistema stesso. Ed ecco comparire il bias, che porta il sistema a preferire di presentare opportunità che rafforzino gli stereotipi ad esso noti e graditi agli utenti.

 

Nero 37 EU Clarks Dalia Lily Scarpe con Cinturino Alla Caviglia ,

Ora, la gestione della semplice informazione non comporterebbe di per sé stessa derive significative. Ma quando cerchiamo, invece, di creare una capacità prospettica che travalichi la semplice informazione per trasformarsi in conoscenza, allora le cose si complicano e l’impatto può essere importante. In un mondo ideale, i sistemi intelligenti e i loro algoritmi potrebbero essere oggettivi.

Ma questi sistemi, progettati e costruiti da noi, riflettono i nostri limiti e le nostre speranze. Forse non saremo mai capaci di progettare sistemi e strumenti perfettamente oggettivi, ma potremo porci come obiettivo quello di poter comunicare al di fuori delle nostre “bolle” di contenuti influenzati dal bias, alla ricerca di un nuovo equilibrio.

Come persone che si interessano di Data Science, siamo chiamati ad un maggiore senso di responsabilità. Come quando si debba, ad esempio, scegliere se adeguare o meno un algoritmo che sta producendo un determinato bias in relazione ai risultati che questo sta comportando da un punto di vista complessivo. Una scelta che può esporci al rischio di sostituire al giudizio morale dell’intera popolazione mondiale il proprio.
Vi lascio con questa riflessione e un link ad un video molto interessante, l’intervento di Andreas Ekström al TEDx Oslo 2015, “The moral bias behind your search results”.

Posted by
0

Intelligenza artificiale e posti di lavoro

Nell’ambito dell’inaugurazione della Class Digital Experience Week, l’iniziativa di Class Editori dedicata alle opportunità dell’innovazione digitale, il Bip Future Forum ha ospitato l’evento dal titolo: “The Rise of Robots: l’ intelligenza artificiale sfida i nostri modelli di sviluppo”.

Nella cornice di Palazzo Mezzanotte a piazza Affari (Milano), Martin Ford, esperto di intelligenza artificiale e robotica e autore di “Rise of the Robots”, ha dato il via alla tre giorni di eventi, spiegando come il progresso tecnologico sta portando a un ripensamento dei modelli di business e di sviluppo attuali, per rendere più efficienti individui e aziende.

Tra le riflessioni che ha condiviso con i partecipanti:

[quote]Innanzitutto, ci stiamo muovendo ad una velocità incredibile, con un’accelerazione molto più rapida rispetto al passato. Poi adesso le macchine cominciano a pensare e sono in grado di imparare. […] Il risultato di tutto ciò e che molti mestieri vengono distrutti anche se stanno nascendo e nasceranno lavori che non riusciamo nemmeno ad immaginarci.

Oggi, qualsiasi settore è influenzato dalle tecnologie: la fabbrica come l’ufficio, con algoritmi che aiutano avvocati e giornalisti ma che in alcuni casi possono arrivare a sostituirli.

L’ultima cosa da fare è porre fine a questo progresso. Però c’è bisogno di una soluzione che dia stabilità ma anche denaro da spendere per far andare avanti questa economia.

Una prima soluzione è spezzare il legame tra produttività e salario. Inoltre, la formazione deve puntare su ciò che ci distingue dalle macchine: creatività ed empatia.[/quote]

E’ poi intervenuto Fabio Troiani, AD di Bip, secondo il quale:

[quote]Nelle aziende servono investimenti nella riqualificazione e formazione dei dipendenti.[…] Poi bisogna fare le cose insieme a chi innova: ovvero, lavorare con le startup, portarle dentro il perimetro aziendale[/quote]

Infine, Ivan Ortenzi, chief evangelist di Bip e CEO di Ars et Inventio, ha detto:

[quote]Dobbiamo essere convinti di vivere nel migliore dei mondi possibili rispetto a quelli che ci hanno preceduti, e peggiore di quello che arriverà.

Più siamo, più innoviamo.

Ci salveremo nella disputa nei confronti delle macchine e dell’intelligenza artificiale quanto più faremo ciò in cui siamo bravi: comportarci da umani.[/quote]

 

Di seguito potete scaricare gli articoli tratti da MF e Italia Oggi che hanno coperto l’evento (27 giugno 2017).

Posted by
0

Big Data e PMI: matrimonio possibile?

Articolo di Alessandro Giaume pubblicato il 16 marzo 2017 sul blog di Franco Angeli

Da una recente ricerca dell’Osservatorio Big Data Analytics & Business Intelligence della School of Management del Politecnico di Milano, che ha coinvolto oltre 900 CIO, risulta che solo il 30% delle grandi aziende ha inserito almeno un Data Scientist nella propria organizzazione. Da un’altra indagine, condotta, questa, su un campione di circa 350 aziende dal gruppo Adecco e dall’Università Milano-Bicocca, risulta che il 40% delle aziende italiane non conosce nemmeno il concetto dei Big Data e solo il 12% ne fa uso a fini commerciali. Le PMI rappresentano quasi la metà dell’indagine (circa 47%), e solo una su tre ha dedicato nel 2016 parte del suo budget a soluzioni per l’analisi dei dati. Raggiungendo solo il 13% del totale degli investimenti effettuati nel corso del 2016 sul mercato degli Analytics italiano, questi ultimi pari a circa 900 milioni di euro.

Nero 37 37 Nero EU Skechers Synergy Scene Stealer Basse (isy) 298563 ,

A maggior ragione nei confronti di una concorrenza che sul mercato Europeo sta investendo con maggior convinzione e, soprattutto, con una visione complessiva e strategica.

Che fare allora per superare quella che appare essere, oltre che una ridotta capacità di investimento, anche e, probabilmente, soprattutto una mancanza di visione strategica? Come portare le nostre PMI ad avere una maggiore consapevolezza e comprensione del fenomeno? E soprattutto, come riuscire a far sì che ne giovino singolarmente e complessivamente?

Penso principalmente a due macro tipologie di PMI italiane, in considerazione dei requisiti di impiego di una competenza come quella del Data Scientist.

MIU MIU paillettes perla più più perla colori Tacchi Pumps, US 10 EU ,

La prima è costituita da aziende per le quali Data Scientist è soprattutto un Data Analyst. A partire da estrazioni di dati primariamente aziendali, vengono svolte analisi di base con la finalità di supportare specificatamente i vertici aziendali nella presa di decisione.

La competenza che in questi casi deve essere espressa dal Data Scientist è da riferirsi soprattutto a strumenti fondamentali di analisi e presentazione dei risultati. Sono ambiti aziendali nei quali anche un Data Scientist in crescita potrà applicare quotidianamente nuovi strumenti alla propria attività, e sviluppare nuovi skill e competenze, ampliando il proprio set di asset. Oltre ad una iniziale capacità di utilizzo di tool di base, qui tutto si gioca nella capacità di presentazione dei risultati ottenuti e di comunicazione degli aspetti rilevanti di questi ultimi, ai fini di una presa di decisione da parte del top management. Un ruolo importante per la crescita delle PMI in termini di presa di coscienza delle potenzialità realmente offerte dai Big Data.

Mocassini Donna Andrew Charles IT Viola CAMILLA Viola 40 IT Charles ,

La seconda è invece costituita da aziende che sono interessate a trarre valore dai dati, non solo quelli prodotti dai sistemi transazionali interni, ma anche quelli che il traffico generato esternamente all’azienda comporta. Si stanno rendendo conto della rilevanza che il tema dei Big Data rivesta, ma non sono ancora strutturate per farlo appropriatamente.

Qui appare fondamentale il potenziale contributo che un Data Scientist può portare nelle aree dell’ingegnerizzazione e dei software specifici, oltre alla competenza specifica nel rendere i dati effettivamente “lavorabili”.

E questo è particolarmente importante per quelle aziende che non hanno ancora sviluppato una solida strategia sui Big Data, ma che stanno intraprendendo adesso questo percorso. In questo tipo di aziende è possibile ottenere ottimi risultati in tempi relativamente brevi avendo queste già superato la necessità di comprendere la rilevanza del fenomeno Big Data, ma non avendo ancora sviluppato una capacità reale di messa a terra.

Mephisto scarpa da donna Taglia Taglia donna 7 c45625 ,

In entrambi i casi, si potrebbero definire modalità di accesso alle necessarie competenze che ne permettessero una maggiore fruibilità e la riduzione delle barriere all’entrata, grazie ad una condivisione dell’investimento in capitale umano, così come in strumenti.

Un ruolo importante lo potrebbero giocare le Associazioni industriali, sostenendo la costituzione di team a disposizione degli associati e consentendo così l’avvio di una reale strategia data-driven.  Ma penso che anche operatori privati potrebbero trovare il proprio spazio.

L’opportunità sarebbe quella di erogare servizi a valore, ulteriormente arricchiti dalla possibilità di svolgere un’azione pre-competitiva, nella ricerca di una base comune per migliorare la competitività del comparto PMI sui mercati nazionali e ancor più internazionali. 

L’idea è sul tavolo, chiunque voglia contribuire con spunti e commenti, ma anche indicazioni più operative, è, come si dice in questi casi, more than welcome.

Posted by
0

Ivan Ortenzi al Vivaio Visionary Forum

Il 19 maggio 2017 si è tenuto presso la triennale di Milano il Vivaio Visionary Forum, un’iniziativa con l’obiettivo di trovare e sostenere idee e progetti innovativi che da Milano possano conquistare il mondo in ambito culturale, artistico, imprenditoriale. Molti speaker di rilievo hanno portato il loro contributo di esperienza e di visione, tra gli altri, James Bradburne (Direttore di Brera), Guido Martinetti (Fondatore di Grom), Alessandro Fracassi (fondatore di MutuiOnLine), Alessandra Perrazzelli (CEO di Barclays) e Andrée Ruth Shammah (Direttrice del Teatro Parenti).

Ivan Ortenzi è intervenuto sul tema: “I nuovi visionari immaginano, innovano e fanno“.

Di seguito, alcuni passi dello speech:

[quote]”Non si può essere visionari se non si studia il passato”

“Le 5 parole (selezionate da Calvino) che si possono declinare nell’ottica del visionario sono: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità, consistenza”

“I visionari hanno l’abilità di sollevarsi dalla pesantezza del vivere e di dedicarsi alla leggerezza del pensare”

“I visionari non sono misurabili secondo canoni comuni per la loro velocità di pensiero”

“Il visionario propone nuovi linguaggi”

“Il visionario costruisce immagini e mette a fuoco a occhi chiusi”

“Il visionario è un sistema di sistemi”

“Il mio progetto visionario si concretizza nel cercare di trasformare le scuole italiane nelle migliori scuole del mondo”

“Adottate una scuola e portate la vostra professionalità per far crescere le future generazioni con maggior consapevolezza, spirito critico e visione”[/quote]

E questo è il video integrale dello speech.

Posted by

Chi ha paura dell’innovazione?

NATURALIZER Ari Donna Ankle Strap Sport Sandalo Size 8 8 Size W grigio ,

I periodi di crisi sono innegabilmente forieri di grandi idee che nascono da una spinta logica e naturale verso il cambiamento, nella speranza di portare soluzioni che dovrebbero aiutare i più ad uscirne per lanciare un nuovo ciclo di crescita. In questi casi, in un mercato quasi libero, è normale che qualcuno guadagni per la sua iniziativa imprenditoriale ed è molto positivo, poi, se ne potrà beneficiare un gran numero di persone e per vari motivi: servizi più efficaci ed efficienti, riduzione dei prezzi, generazione di un consistente indotto, creazione di nuovi spazi di competizione. Più spesso, invece, i cambiamenti che queste novità apportano sembrano suscitare paura, sospetto: si cercano e si enfatizzano i punti deboli, si ragiona per l’immediato senza guardare al medio-lungo termine, si valutano drammaticamente gli impatti sullo status quo. Quanto maggiore è l’impatto potenziale della novità, tanto più pressante e “terroristico” è il racconto che si diffonde. In Italia questa tendenza è ancora più forte a causa di una certa inerzia indotta dalla lentezza che ci contraddistingue negli ultimi 40 anni e di un sistema dell’informazione quantomeno problematico. Tuttavia, quando si riesce a farsi largo tra verità presunte e post-verità, quando si uniscono tutti i puntini ecco che appaiono gli interessi minacciati, i diritti acquisiti a rischio, gli intermediari in bilico. A questo punto, per esemplificare, sarebbe troppo facile parlare di Uber e della sharing economy in generale … quindi, non lo farò ma proverò a ragionare su altri casi con l’obiettivo di contrapporre paura e innovazione (con quanto può stare in mezzo).

Prendiamo il caso della blockchain. Il fatto che se ne parli così poco e con un certo alone di mistero può dipendere in parte dalla mancanza di veri e propri modelli di business ma in parte è legato all’etichetta che quasi subito è stata attribuita al bitcoin, la prima applicazione di questa tecnologia che risale, ormai, al 2009. Questa criptovaluta (non certo un nome rassicurante) è stata quasi immediatamente tacciata di essere lo strumento di pagamento usato nel deep web per i più loschi affari, dal riciclaggio dei proventi del narcotraffico al finanziamento di cellule terroristiche. Altri gravi pericoli venivano paventati a proposito del furto di identità e del trafugamento di password, oltre a mettere in guardia sulla volatilità non solo dei cambi ma degli stessi siti che si occupano del cambio. Tutto questo, in aggiunta alle spiegazioni piuttosto esoteriche sugli algoritmi che generano moneta, hanno tenuto le masse abbastanza lontano dall’argomento e, come spiega anche la nostra innoformula, se non c’è appeal, l’innovazione fatica a portare valore. Eppure, in questi anni è nata più di una dozzina di altre criptovalute e numerose startup in ambito fintech si sono focalizzate proprio sulle potenzialità della blockchain.Tempo fa, un collega mi ha segnalato un magnifico TED di Don Tapscott in cui si comprende in maniera abbastanza evidente quali vantaggi può portare oggi questa tecnologia e quanti sviluppi si possono ora solo immaginare.L’economista canadese propone cinque esempi di applicazioni della blockchain che vanno nella direzione opposta ai timori diffusi inizialmente: la certificazione della proprietà (fattore assai critico nelle zone dove si susseguono colpi di stato e dittatori che si impadroniscono di terre e risorse di ogni genere), la creazione di una vera sharing economy (con scambi diretti tra proprietario e interessato e non tramite un soggetto aggregatore), la riduzione dei costi delle rimesse verso l’estero (di non poca rilevanza, vista la crescita dei fenomeni migratori in tutto il globo), la tutela della propria identità (con la creazione di identità virtuali autenticabili che scambiano solo le informazioni utili alle operazioni) e la retribuzione immediata di chi genera valore (ad esempio, chi inventa o partecipa alla realizzazione di opere di ingegno o altro che sia soggetto a diritti d’autore). Questi pochi casi sarebbero già sufficienti a far comprendere la portata di quella che alcuni chiamano la nuova era di internet ma sono soprattutto una chiara spiegazione della vera paura che suscita: la capacità di disintermediare completamente una serie di interazioni commerciali e di fiducia, aumentando nel contempo la sicurezza, la tracciabilità e l’efficienza. Istituzioni finanziarie di ogni genere percepiscono questa minaccia e molti spazi si aprono per nuovi attori il cui ruolo è essenzialmente quello di abilitare all’utilizzo della blockchain per operazioni di varia natura. Il modello di business non è ancora molto chiaro ma sono in gioco innovazioni fondamentali per provare a ridistribuire la ricchezza con maggior equità (non a caso, le prime implementazioni stanno riguardando proprio le attribuzioni dei giusti compensi lungo la filiera della produzione musicale e artistica in generale).

Vogliamo parlare della paura degli OGM? In Italia, una posizione puramente ideologica ha impedito non solo l’utilizzo ma persino la ricerca nell’ambito delle coltivazioni geneticamente modificate, con il risultato che numerosi esperti si formano e vanno a sviluppare all’estero brevetti che valgono miliardi di euro. La cosa realmente assurda è, però, che il divieto non si estende all’importazione, così che oggi, in Italia, l’allevamento di bestiame si regge su mangimi geneticamente modificati con cui produciamo i preziosi alimenti del tanto osannato made in Italy; nel contempo, le coltivazioni di riso, non più protette, sono seriamente minacciate dai funghi e quelle di mais non reggono al confronto con le rese che in altri Paesi gli OGM consentono, costringendoci ad importare una quota importante del fabbisogno. Anche in questo caso ci sarebbero da valutare interessi legati alla chimica di diserbanti e pesticidi e, forse ancor più, conflitti politici internazionali che hanno fomentato e sfruttato queste paure senza un fondamento scientifico, solo per danneggiare questa o quella parte. Eppure, siamo tutti geneticamente modificati, risultato di continue interazioni con l’ambiente e non possiamo pensare che sia tutto pericoloso a priori, accettando, però, rischi ben peggiori solo perché nessuno ci informa adeguatamente.

Altra paura che si sta facendo largo in questo periodo è quella per i robot e per l’automazione in generale. Stiamo andando verso la quarta rivoluzione industriale, con una presenza dell’uomo sempre più limitata e macchine sempre più capaci, interconnesse, flessibili ed efficienti. Si creeranno nuove opportunità di lavoro che richiederanno nuove competenze, si determinerà un nuovo equilibrio in cui l’accesso alle attività lavorative sarà necessariamente più qualificato ma la produttività (almeno quella industriale e dei servizi automatizzabili) non sarà un problema legato alle persone. Come sempre, i rischi stanno nel transitorio, quando il saldo tra i posti persi e quelli nuovi è pesantemente negativo, quando gli interessi in gioco sono fortemente divergenti (se ci si limita al breve termine). Questa paura, spesso corroborata dalla incapacità della politica di guardare al lungo periodo e disegnare percorsi di avvicinamento ai cambiamenti (prevedibili), diventa un forte ostacolo agli investimenti in nuove tecnologie, anche a discapito della folta e qualificata schiera di ricercatori che in Italia si formano e provano a realizzare qualcosa di buono. Bill Gates sta portando il suo contributo alla discussione, ragionando sulla possibilità di tassare i robot che sostituiscono il lavoro umano per far fronte alla perdita di posti. Potrebbe essere una buona idea per gestire il transitorio ma potrebbe anche rallentare l’innovazione a causa della facile delocalizzazione verso Paesi dove la manodopera costa meno di quella delle macchine. In ogni caso, quale politico, oggi, riuscirebbe a parlare di nuove tasse? Ci vorrebbero degli statisti, capaci di creare un sistema equilibrato che porti a regime un nuovo assetto industriale … ma da dove possiamo importarli?

Un ultimo esempio che vorrei affrontare riguarda l’innovazione nei modelli organizzativi. Tempo fa scrissi un articolo sull’olacrazia, incuriosito da un approccio che, in forma molto embrionale e non strettamente regolamentato, cerchiamo di seguire in Ars et Inventio sin dalle sue origini. Dopo aver letto di varie esperienze, positive e negative, mi sono reso conto che la paura è un grosso freno all’adozione di questo modello e, quindi, anche a possibili evoluzioni e affinamenti (a prescindere da quanto possa essere rigida la dottrina ispiratrice). L’abbandono delle gerarchie (e dei privilegi annessi, a partire dai meccanismi incentivanti), la necessità di focalizzarsi sulle proprie competenze (da sviluppare continuamente e mettere costantemente in gioco) e l’accresciuta autonomia decisionale spaventano sia i manager sia chi è abituato da anni a girare come una ruota di ingranaggio e non ha alcuna intenzione di abbandonare la propria zona di comfort. Allo stato delle cose, non mi sento di affermare che holacracy sia il modello organizzativo del futuro ma, per certo, la paura sta bloccando molti tentativi di andare oltre le classiche e spesso stucchevoli riorganizzazioni e sta impedendo di percorrere strade più favorevoli alla collaborazione, al superamento dei silos aziendali, all’apertura verso l’ecosistema di appartenenza.

Quelli sopra descritti sono solo alcuni degli esempi in cui la paura (e gli interessi che l’hanno suscitata) sta quantomeno rallentando (se non fermando) il processo d’innovazione, nella convinzione diffusa di limitare i danni nell’immediato e senza guardare alle conseguenze di medio-lungo termine. In Italia abbiamo perso già molto in questa “corsa” miope verso l’immobilismo (basti pensare al nucleare, con tutte le centrali poco manutenute d’oltralpe). Nessuno ha mai fatto i conti di quanto questo ci sia costato in termini di crescita, di sviluppo di competenze, di creazione di nuovi business (anche al netto dei pochi rischi reali che abbiamo evitato): sarebbe il caso di metter mano alla calcolatrice e trarne qualche conseguenza.

Posted by
0

Sony presenta in SPIN i nuovi prodotti

Nei giorni scorsi (10 e 11 maggio), SPIN ha ospitato la presentazione di alcuni nuovi prodotti di Sony. La parte del leone l’ha fatta sicuramente il Bravia A1, il primo televisore a tecnologia OLED realizzato dalla casa giapponese e caratterizzato anche da importanti innovazioni nel comparto audio, con i classici altoparlanti sostituiti da trasduttori che trasformano l’intera superficie dello schermo in una sorgente sonora per i toni medi e alti. Altri prodotti che hanno destato interesse sono stati le nuove TV led 4k HDR (capaci di un controllo eccezionale della luminosità e del colore in ogni zona dello schermo), i lettori blueray ultra HD per audiofili, le nuove soundbar, potenti e dal suono avvolgente, le casse alimentate per collegamenti wireless con dispositivi mobili e le cuffie, dallo stile urbano e bassi extra.

L’evento, organizzato per Sony dall’agenzia italiana Imageware, ha avuto inizio nella serata del 10 quando è intervenuto Andrea Galeazzi, noto influencer in ambito tecnologico (telefoni ed elettronica di consumo) e dei motori. Una sua video-recensione di alcuni giorni prima (oltre 80mila visualizzazioni in quattro giorni) dava appuntamento ai suoi follower per una prova dal vivo in SPIN ed è stato raggiunto da oltre 50 fan entusiasti che hanno analizzato e discusso con lui le novità di Sony.

Il giorno successivo è stato dedicato alla stampa tradizionale e specializzata. Nel corso di questo open day si sono alternati circa 80 giornalisti che hanno potuto apprezzare le nuove linee Sony negli ambienti che erano stati appositamente predisposti. Grazie alla flessibilità degli arredi e alla modularità degli spazi, sono stati ricreati dei tipici salotti in cui godersi una partita di calcio o ascoltare della buona musica, con la giusta illuminazione e una corretta risposta acustica.

Nella galleria che segue (le cui immagini sono tratte dalla pagina Facebook di Sony Italia) potete visionare i prodotti e gli allestimenti di SPIN.

[meteor_gallery id=”3991″]

Posted by
0

La customer experience ha ucciso il marketing

Fino a pochi anni fa esisteva un mondo di mulini bianchi e di altre rassicuranti convinzioni. Una di queste era che il marketing fosse monolitico, nella sua rigida suddivisione nelle 5P (Product, Price, Place, Promotion, People). La tecnologia e i nostri comportamenti, poi, sono arrivati a cambiare tutte le regole, incluse quelle del marketing, e così non abbiamo più certezze.

Il problema risiede, ad esempio, negli algoritmi à la Uber che aggiornano in tempo reale il prezzo della corsa, promettendo, quindi, di eliminare qualsiasi elemento umano dalla pricing strategy. Ma anche la P di promotion non se la passa bene, se è vero che il consumo dei media, principali veicoli di pubblicità, è sceso vertiginosamente. Nel 2000 la diffusione del Corriere della Sera era di 700 mila copie. A dicembre 2016 di 245 mila. Infine, il mantra della co-creazione è entrato anche nella definizione dei prodotti. È relativamente comune, infatti, poter personalizzare un acquisto tanto da farne un pezzo unico, così come accade con Lego Ideas, il sito nel quale gli appassionati possono concepire il proprio set di costruzioni.

“Il marketing è morto” tuonava già nel 2012 Bill Lee e, in generale, oggi si percepisce in modo forte che qualcosa è cambiato per sempre. Il tema caldo di questi ultimi anni si chiama customer experience.

Secondo una ricerca condotta da Econsultancy, la customer experience viene giudicata l’opportunità più interessante, sia dalle imprese B2C sia da quelle B2B. Per il 47% dei rispondenti, ad esempio, la customer experience costituirà, nei prossimi 5 anni, il terreno su cui costruire la propria differenziazione e rilevanza.

Merrell Sprint Blast Suede Denim, Scarpe stringate uomo, Blu (Indigo ,

Le definizioni sono sempre un po’ strette, ma possiamo dire che si tratta dell’insieme delle interazioni avute dai differenti stakeholder con un’organizzazione. Concetti come coinvolgimento e allineamento dei dipendenti, comprensione del cliente e pianificazione fanno parte, quindi, della categoria “customer experience”.

La domanda, dunque, diventa: come è possibile abbandonare la rigidità del marketing classico per abbracciare il framework della customer experience?

Almeno tre sono i passi da compiere con attenzione.

  • Sviluppare una vera customer centricity. È dagli anni ’80 che tutte le aziende sostengono di avere in mente la soddisfazione del cliente. Cosa cambia oggi? Innanzitutto che abbiamo gli strumenti tecnologici per comprendere i reali comportamenti delle persone. Oval è una start-up fintech che analizza il modo in cui noi ogni giorno compiamo uno dei gesti più banali e inconsci: spendere i soldi. L’analisi dell’insieme di questi comportamenti consente ad una app di aiutarci ad ottimizzare le spese, automatizzare il risparmio e, in sostanza, a diventare più coscienti dell’uso del denaro. Un servizio così customer centric da essere assolutamente personale.
  • Progettare il ruolo dei diversi punti di contatto. La parola chiave è, in questo caso, customer journey, ovvero il disegno dei meccanismi di interazione tra cliente e azienda. Non è più possibile ragionare in termini di funnel perché i momenti di contatto non sono più lineari. Un ricerca condotta da Google e McKinsey in Italia nel 2015 ha evidenziato come due terzi dei touchpoint nella fase di valutazione di un acquisto sono gestiti dal target (a proposito, anche la parola target non si usa più). Diventa, dunque, necessaria una fase di disegno vero e proprio del customer journey e del valore dei diversi punti di contatto. Quale dev’essere l’esperienza sul punto vendita? Che messaggi possiamo dare sui social? Come utilizziamo gli eventi?
  • Analizzare e reiterare. Quello che certamente non manca in questi anni è la disponibilità di dati. Riuscire ad organizzarli (ad esempio, in semplici dashboard) e a trasformarli in informazioni è la capacità più importante che consente di monitorare in tempo reale l’efficacia delle scelte e adattare le proprie attività all’effettivo contesto. Mappare le differenti varianti di comportamento rispetto ai customer journey disegnati, infatti, consente di comprendere meglio sia i clienti sia le eventuali difficoltà di processo e rendere il tutto più solido.

Morgin Gonzales (morgin85) su Pinterest,Mocassini da donna tessile Tamaris Acquisti Online su ,MSGM controllato Nero EU Giallo Zeppe Piattaforma taglia EU Nero 37 ,Naturalizer Stivali Da Da Stivali Donna Brandy 9.5 7.5 UK ab84bf Mizuno Monarcida Neo As 62 Nencini Sport,Naturalizer Donelle Kitten Heel Classic Pumps, Platino, 7.5 US Nero 39 Cinturino EU Tamaris 28374, Sandalo con Cinturino 39 alla ,Montana West Winter argento Stivali Donna argento Floral Montana ,Mocassino grigio Consegna gratuita con Spartoo ,Merrell Jungle Slide Ventilatore Ventilatore Slide Taupe Intasa MOC ,MOT CLe 824 Multi Color Pelle Strappy Slingbacks Wedge Wedge ,Mocassini Tod's Donna Camoscio (XXW00G0L57106S) (XXW00G0L57106S ,Metallic Beige and Leopard Suede sandali Jimmy Choo Florida Missoni Donna Scarpe Online FASHIOLA Compara e acquista Moonstivali Donna Doposci 14004400 002 Blu Autunno Inverno SPORTIVO ,Uomo Nantucket Loafers in Acorn Pelle Sale Cole Haan,Mocassini da donna blu sintetico Regali di Natale 2018 su ,Nero 37 EU Aigle Polka Giboulee Neve Stivali da Neve Giboulee da MERCANTI Slipons Fiorentini da Donna Mocassini & Slipons MERCANTI ,Mocassini da donna in camoscio nero Regali di Natale 2018 su ,Melissa Sandaloa Soho, Soho sandals marrón ff4233 dequijotesyrugby.es,New Balance 373 Rosa New Balance 373 Scarpe New Balance Scontate,Mules Floral High (3 to 4 1 4) Heel Height Sandalo for Donna for ,Mocassini Prada Donna Donna Prada Cavallino (1D684H) e6570a ,Naturalizer Toe Donna Michelle Pelle Closed Toe Naturalizer Classic ,Nero Pointure 35 35 Pointure Parade 07josio * 68 04 Scarpa di ,Mizuno scarpe Wave Inspire 11 Size 85 PoshmarkNaturalizer TINDA 4.5 Sandalo Cinturino alla caviglia, neri in pelle ,Moda in in Moda pele Taglia 4 Nero Tacco a Blocco Cinturino Alla ,Mocassino Donna Pregunta IA800 005 005 IA800 Autunno Inverno d45775 ,

Avendo maturato una lunga esperienza di marketing, trovo questo periodo estremamente interessante e con una positiva carica distruttiva dei vecchi paradigmi. È davvero il momento in cui coltivare le due competenze che il World Economic Forum identifica come chiave per costruire il lavoro del futuro: matematiche, per trasformare i dati in informazioni utili, e sociali, per comprendere a fondo quelli che ci ostiniamo a vedere solo come clienti, ma che sono innanzitutto persone.

 

Copyright © 2018 – Business Integration Partners S.p.A. (Bip) – Piazza San Babila 5 – 20121 Milano – P.IVA: 03976470967 –  Cookie policy

This website uses cookies to provide necessary site functionality and improve your online experience. Detailed information on the use of cookies on this Site is provided in our privacy & cookie policy. By using this Site or clicking on "OK", you consent to the use of cookies. Read more.